Anno di fondazione: luglio 1989
Riconoscimento personalità giuridica D.M. 19.05.1998
Ministero Università Ricerca Scientifica e Tecnologica

Premio nazionale di narrativa “I delfini del tirreno” per una nuova civiltà del mare

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II Edizione (05 settembre 1992)

La Giuria: Dante Della Terza – Harvard University (Presidente), Stefano Giovanardi – Critico letterario di “La Repubblica”, Marziano Guglielminetti – Università di Torino, Giovanni Pirodda – Università di Cagliari, Salvatore Brandanu – Presidente I.Ci.Mar.

Coordinamento: Giovanna Cerina, Università di Cagliari.

Sezione “Editi” – “La figlia perduta”  di Salvatore Mannazzu (Einaudi Editore)

Sezione “Inediti” – “Abitare il mare” di Luciana Floris (Case Editrici – “Il Melangolo”)

Segnalazione “Inediti” – “Ulisse” di Giovanni Canu

 

Dal verbale della Giuria

Salvatore Mannazzu

“La Figlia perduta

I sei racconti de La Figlia perduta di Salvatore Mannazzu (Torino, Einaudi 1992) si dispiegano in trame sottili controllare da una scrittura lucida e tersa che ne rivela le intime corrispondenze convogliandole verso un quadro sinottico sorretto da istanze di ispirazione efficacemente unitaria.

Le vicende che attraversano le storie narrate si corrispondono, infatti, e si interpretano in tentativi sempre rinnovati di esplorare senza remore e fino in fondo una realtà ipotizzata, insieme dolorosa ed esaltante.

Il personaggio che si esprime in prima persona è quasi costantemente un giudice che si guarda vivere, ricostruisce i remoti paragrafi della propria esistenza, mettendoli a confronto con esperienze di donne che gli vivono accanto, sottomesse all’usura della convivenza matrimoniale o all’onnivara presenza delle deviazioni che attentano alla sognata incolumità che ogni cuore paterno devolve, nell’auspicio, agli anni giovanili dei propri figli. Più severa, è la professionalità del giudice giudicante – un iperuranio ipotizzabile e, comunque, mai messo direttamente in discussione – più lancinanti diventano la prassi esistenziale e i parametri di confronto tra la razionalità del giudizio formulato nei termini di un codice di comportamento o giuridico e le trame del vissuto che coinvolgono il giudice in quanto personaggio – attante nelle vicende narrate. In questo senso e in questa direzione, il Mannuzzu “faisant tout son devoir, comme un parfait chimiste et comme une âme sainte” per ripetere un noto verso di Baudelaire, nulla trascura per mettere a vaglio, con impeccabile strategia di scrittura, tutte le ipotesi fruibili partendo da una mappa di trasgressioni animosamente delineata e circoscritta.

Nel primo racconto, tra i più belli, intitolato Dedica, il giudice che rivela davanti agli occhi del lettore l’itinerario delle sue giornate trascorse in un tribunale di provincia, diventa, prima il protagonista di un avventura con una ragazza eccentrica, chiamata Zezi, trasgressiva, prodiga di effetti, intelligente ed autolesiva; poi, il testimone di una vita che si esterna nella quotidianità senza scarti e trasalimenti e nelle routine dell’invecchiamento nel cui corso la Zezi di un tempo s’identifica con la moglie del giudice, ormai al limite del disamore, alla quale viene dedicata la storia.

Il racconto Vacanza trova il giudice protagonista diviso tra i rigurgiti di consuetudini rinnovate con una moglie Paola, dalla quale è legalmente separato, e l’interesse crescente per una nipote, Enrica, assediata dal mondo dei drogati, e in esso tenacemente coinvolta. La ricostruzione della vicenda di Enrica aiuta il narrante a delineare l’incerto confine tra l’istanza di protezione che guida l’azione del giudice verso la nipote tentata dalla droga e l’emergenza di un affetto non più protettivo, ma sensuale, che viene di solito rimosso dal protagonista, ma che appare ora ricostruito, con chiarezza, nella rievocazione e nel ricordo.

Il momento estremo di sperimentazione ha luogo quando in Videogame, il quarto racconto del libro, il rapporto padre giudice, figlia ribelle e trasgressiva viene spinto fino alla consumazione di un delitto di cui costei rimane vittima. Ma il tutto è legato all’artificio di una vicenda guidata dall’alto, improvvisata come ipotesi di lavoro davanti a un computer, esigente di risposte sempre più incalzanti, legate all’invenzione a cui i protagonisti, padre e figlia, di sono sobbarcati in una sorta di sfida insieme ludica e tragica, tecnologica ed esistenziale.

Rilievo particolare assume, al fine del nostro incontro di oggi il racconto Viaggio in mare. Occorre però dire che il mare fa da sfondo a tutte la storie che hanno un loro svolgimento sardo e isolano e sfondo oceanico ha la storia La figlia americana che si svolge in vista del Pacifico in California tra le alture di BerKeley.

Protagonista della citata storia Viaggio in mare non è il giudice, Stefano, bensì la moglie di lui, che nel corso di una gita in mare in compagnia del marito, già afflitta da insidiosa malattia, narra la vicenda di un suo incontro amoroso, con un pittore, Lucio, di cui ha a lungo condiviso l’impegno politico di militante della sinistra. Il racconto si snoda e si scioglie assumendo una sua fascinosa fluenza che sembra riprodurre e riecheggiare il ritmo delle onde del mare.

Salvatore Mannuzzu è un valido narratore che unisce ad un talento inventivo, assai raro, un’originalità e un rigore di scrittura che lo rivelano tra i posatori più alti ed interessanti della sua generazione.

 

Luciana Floris

“Abitare il mare”

Il racconto di Luciana Floris “Abitare il mare” tesse una trama narrativa registrando i discorsi di più voci che si alternano e si richiamano in un fluire continuo e amplificato di immagini. Sono voci – o presenze – indeterminate ed inafferrate, eppure individuabili sotto le variate metafore del mare, dell’aria e della terra.

Il tema è l’isola – un’isola senza tempo e senza coordinate geografiche – costruito sull’eco di molteplici riferimenti letterari e stratificazioni simboliche.

Ma l’ambizione del racconto, che ha lo slancio, l’ingenuità ma anche il fascino di una scrittura giovane, mira a cogliere una condizione dell’esistenza, rappresentata nell’isola, in un intreccio ambiguo di significati di cui essa è carica. Luogo – dimensione – perfetto nella circolarità di spazio chiuso, e insieme immerso nella distesa mobile del mare, eppure soggetto al rischio di perifericità e di esclusione.

In questo rapporto di attrazione e distacco dell’isola l’uomo vive il suo destino di essere incompiuto, di “incamminato” verso il centro, simbolo di una perfezione irraggiungibile.

Lo stile del racconto, di impianto accentuatamente lirico ed effusivo cattura il lettore in un gioco di immagini forse un po’ troppo affollate, ma colorate e mutevoli come le “parole di vetro” di Hermann Hesse richiamate da un’epigrafe premessa al racconto.

La Giuria ha ritenuto meritevole di pubblicazione questo racconto, per la suggestività dell’impianto narrativo e per la viva inclinazione dimostrata dalla Floris alla scrittura letteraria, inclinazione che si augura possa dare in futuro frutti più maturi.

 

Jules Michelet

“Il mare”

Il Mare di Juli Michelet, pubblicato a Parigi nel 1861, è un libro davvero “totale”, che rispecchia del resto la complessa personalità del suo autore. Insigne storico, tanto da essere considerato tra i fondatori della storiografia moderna (e questo in virtù di opere capitali come la Storia della rivoluzione francese, ultima nel 1853, o come La strega, del 1862), Michelet coltivò anche profondi interessi scientifici, orientati soprattutto verso le scienze naturali, dei quali testimonia, fra l’altro, una sorta di trattato di entomologia pubblicato nel 1858 e intitolato appunto L’insetto.

Ma in lui la vocazione storiografica e scientifica si accompagna costantemente a una ulteriore vocazione, che non si può definire in altro modo se non letteraria: non solo infatti i prodotti della fantasia artistica o popolare rivestono molto spesso per la sua ricerca la medesima importanza delle fonti documentarie o sperimentali, ma la sua stessa prosa, così ricca di immagini e così composta nella misura sovrana dello stile, rivela immediatamente di essere regolata da un principio prima di tutto estetico.

Il mare nasce dalla fusione a un livello tra i più alti mai raggiunti dall’autore, di tali svariati interessi e vocazioni. L’indagine scientifica sulle acque marine (la loro costituzione fisico-chimica, i fenomeni fisici e climatici cui danno origine, la fauna che le popola), si apre continuamente ai contributi provenienti dall’immenso repertorio mitico che dal mare si è sviluppato in millenni di civiltà, e che ha segnato e rivelato il complesso rapporto di attrazione e repulsione, di fascinazione e di orrore, da sempre intrattenuto dall’uomo con le sterminate superfici oceaniche.

E mai come in questo libro la scrittura di Michelet sa piegarsi ed arrendersi alla suggestione del bello, acquistando uno spessore letterario di valore assoluto, (un solo esempio, preso a caso fra gli innumerevoli possibili: “I piccolo esterni degli anellidi, i leggeri fili nebulosi fatti fluttuare da certi polipi, i capelli mobili e sensibili, ondeggianti sotto la medusa, sono oggetti non soltanto delicati, ma commoventi. Presentano ogni gamma di sfumature, fini e tenui, e tuttavia calde. È come un respiro divenuto visibile… È il loro sangue la loro debole vita tradotta in tinte, riflessi, bagliori cangianti che si animano o impallidiscono, ora aspirano, ora espirano… Fate attenzione. Non soffocate la piccola anima fluttuante e muta, che tuttavia vi dice tutto, e affida il suo intimo mistero a quei palpitanti colori”).

Era veramente una grave lacuna per la nostra cultura che un’opera di tale statura storica, scientifica e letteraria non fosse mai stata tradotta in italiano. Ora questa lacuna è stata colmata dalla meritoria iniziativa della Casa Editrice “IL MELANGOLO”. L’ottima traduzione è di Aurelio Valesi, la cura complessiva e la postfazione sono di Jean Borie. E in una breve ma densa nota introduttiva Antonio Tabucchi, uno scrittore di oggi, rende il dovuto omaggio a un autore che dovremmo cominciare a considerare come un grande scrittore del passato.

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di Angela Bacciu 03 dicembre, 2015
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