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DIARIO ICIMAR 2003/2004 21
novembre 2003 “Cenni storici sulle origini di San Teodoro e delle sue
Borgate” relatore: prof. salvatore brandanu
6 dicembre 2003 “Tradizioni popolari della Gallura” relatori: prof. franco fresi e prof.
piero canu
30
gennaio 2004 “Il ruolo della Chiesa nella formazione della Gallura
moderna” relatore: don nanni columbano rum 17
aprile 2004 “Abbigliamento tradizionale
gallurese” relatore: salvatore brandanu – maria
scanu 25-27 OTTOBRE 2005
pic
interreg III a “balbuzard pêcheur”
un
nido per
il falco pescatore Dal 25 al 27 ottobre,
a San Teodoro, nel quadro del Pic III A Sardegna - Corsica-Toscana, esperti dl Parco Naturale Regionale della
Corsica e dell’Icimar hanno proceduto alla
realizzazione dei nidi artificiali per la nidificazione del falco pescatore.
Al lavoro hanno collaborato Jean Marie è visibilmente soddisfatto ed ora contempla con occhio
esperto l’opera appena conclusa. Per tre giorni hanno lavorato sodo lui e i suoi collaboratori, arrampicati
sugli scogli di granito in equilibrio precario ma ora i nidi sono pronti;
a febbraio, il periodo della cova del “balbuzard”,
verranno sistemati i richiami, e se tutto andrà bene, come
si spera, almeno qualcuno dei 5 nidi posizionati, verrà occupato. Durante il lavoro un balbuzard, forse
proveniente dalle coste della vicina Corsica, ha sorvolato le acque pigre della laguna
e il fatto è stato salutato come un segnale di buon auspicio. Il tempo
è stato estremamente favorevole, giornate di
sole splendido che hanno consentito di realizzare le opere programmate
in condizioni ottimali. Jean Marie Dominici che ha coordinato i lavori
per la costruzione dei nidi artificiali, responsabile della Riserva
Naturale di Scandula, in Corsica, è oggi uno
dei massimi esperti di “Balbuzard pêcheur”,
il falco pescatore, a cui ha dedicato anni di
osservazione sul campo e studi. Instancabile, gioviale, entusiasta, ha coinvolto l’intera
squadra in un’operazione nuova che se andrà a buon fine, riporterà il
falco pescatore a nidificare sulle coste della Sardegna. All’operazione “Balbuzard”,
che rientra in un apposito progetto europeo,
il Pic Interreg III A, di cui è capofila
il Comune di San Teodoro ed ha come partner il Parco Naturale Regionale
della Corsica, e il Parco della Maremma in Toscana, ha preso parte attiva,
oltre all’équipe corsa formata da Jean Marie Dominici, responsabile della
Riserva di Scandula - Parco Regionale di Corsica,
Paulu
Antone Susini, Affare Auropeane - Parco Regionale di Corsica, Joseph Albertini, Riserva Naturale
di Scandula, Jean
Baptiste Geromini, Riserva di Scandula,
l’Istituto delle Civiltà del Mare di San Teodoro, estensore dell’intero
progetto. Hanno prestato la propria collaborazione l’AMP “Tavolara-Punta
Codacavallo” che ha fornito un importante
supporto logistico, e il Corpo di Vigilanza Ambientale della Regione
Sardegna attraverso le guardie della stazione di Siniscola. I nidi sono stati realizzati con materiale naturale (rami
di corbezzolo, erica ecc. e posidonia) appositamente
preparato in Corsica dagli uomini del PNRC, e posizionati in siti idonei. Lo scorso agosto c’era stato il
sopralluogo effettuato da J.M. Dominici, P. A. Susini, il sindaco del Comune di San Teodoro,
Gianni Marongiu e i dirigenti dell’Istituto
delle Civiltà del Mare. In quell’occasione furono individuati almeno cinque siti potenzialmente
adatti a ricevere i nidi. La scelta finale si è poi ristretta all’area
lagunare e a due isolotti in prossimità della costa. Si tratta di zone
che possono assicurare cibo
abbondante (condizione essenziale, questa) e un adeguato grado di riservatezza
e controllo. Il Falco pescatore, Pandion haliaetus,
è l’unico membro della famiglia dei Falconidae
a nutrirsi di pesce. In Gallura, dove era molto
diffuso e nidificante, veniva chiamato falcu anghiddhaiu, per
l’abitudine di frequentare stagni e paludi e catturare anguille, di
cui è voracissimo. Il Pandion haliaetus
è un grosso uccello da preda, che misura fino a Come si è detto, si nutre quasi esclusivamente di pesci, vive nelle acque marine ma anche in quelle interne
e cattura la preda volando sulla superficie dell’acqua ad una quota
di circa Nidifica sui dirupi, sugli alberi, talvolta anche al suolo.
Il nido è sempre in prossimità delle acque nelle quali pesca. Vive circa
20 anni e di solito forma coppia fissa. Il nido è costruito con rami
secchi ed erbe con un lavoro lungo e meticoloso che può richiedere anche
due e più anni. Il Falco pescatore depone da due a quattro uova e l’incubazione
viene curata principalmente dalla femmina mentre
il maschio ha il compito di rifornire la nidiata di cibo. Le uova si
aprono in circa 35 giorni e i piccoli per quattro o cinque settimane
vengono nutriti dalla madre con i pesci portati al nido dal
maschio. Poi, quando i piccoli sono in grado di stare da soli, anche
la madre va a pesca. La mortalità
dei piccoli è alta. I giovani si emancipano e lasciano il nido
in genere dopo 8-10 settimane. Pandion haliaetus è un uccello a rischio: la stolidità di alcuni cacciatori e gli effetti nefasti dei pesticidi, in
particolare del DDT, hanno prodotto danni gravissimi e minacciato l’estinzione
della specie, che è scomparsa da numerosi paesi. In Sardegna, dove aveva
un suo habitat e si riproduceva (nelle nostre zone soprattutto nelle
falesie di Tavolara) non è più presente da alcuni decenni. Solo qualche
esemplare in trasferta sorvola talvolta la lagune e le paludi. In Corsica il Balbuzard pêcheur si è salvato grazie all’opera benemerita degli uomini
del Parco della Corsica ed ora la colonia è numerosa e in buona salute.
Ma i rischi sono ancora
tanti; il Falco pescatore per vivere e procreare
necessita di un areale molto vasto e pescoso. Ed ecco, allora il progetto Pic Interreg III A in territorio di San Teodoro per la sua reintroduzione nei mari e negli
ambienti umidi dell’isola. Se il programma andrà a buon fine, e nascerà la nuova prole,
si avvierà un intenso programma di monitoraggio e studi molto impegnativi. Ma questa è una scommessa che l’Icimar,
l’Istituto delle Civiltà del Mare e il Comune di San Teodoro intendono vincere. (S.G.B.)
18 FEBBRAIO 2006
Nel
quadro dei
programmi culturali per l’anno 2006 l’Icimar
propone una serie di proiezioni sull’ambiente naturale di San Teodoro,
con commento e dibattito. 1a serata “ Sabato
18 febbraio ore 18.30 sala convegni
I.Ci.Mar, Via Niuloni,
1 18 MARZO 2006
Omaggio
a Fabrizio De Andrè a San Teodoro “il
Treno di Coriandoli”
Presso il teatro
comunale di San Teodoro, elegante struttura inaugurata di recente, si
è tenuta un’importante manifestazione culturale dedicata a Fabrizio
De Andrè, dal titolo “Il treno di coriandoli”. La serata culturale è stata promossa dall’Amministrazione
Comunale di San Teodoro, dall’Icimar e dal locale Consorzio Turistico. L’attore Matteo Gazzolo ha letto,
in modo appassionato e coinvolgente, un testo liberamente tratto dal
romanzo di F. De Andrè
e A. Gennari “Un destino ridicolo”. Negli intervalli della narrazione Paola Giua, dell’Associazione culturale Iskeliu di Tempio, ha proposto brani di musica etnica colta
dell’area gallurese, corsa, provenzale, catalana,
accompagnata da Sandro Fresi, Giacomo Spano
e Tore Mannu.
25 APRILE 2006
L’abbigliamento tradizionale gallurese. Inizierò, se me lo consentite,
questa mia relazione sull’abbigliamento tradizionale gallurese citando
un brano tratto dal libro ‘A caccia in Sardegna’, di Annibale Grasselli
Barni. L’autore, giovane rampollo di una ricca famiglia cremonese, futuro
scrittore e giornalista, sbarcava a Golfo Aranci nell’autunno del 1899, attratto dalla sua ardente passione per
la caccia. Da Siniscola, dove conta alcuni amici che gli organizzano
fruttuose battute, vaga per l’intera costa orientale dell’isola, entusiasmandosi
per i paesaggi attraversati
e per le novità incontrate. In uno degli ultimi capitoli del suo libro,
quello intitolato “Cervi e mufloni”, Grasselli Barni descrive
l’incontro in campagna con un uomo di San Teodoro. “Fatti pochi passi, - annota lo scrittore - mi imbattei in un vecchio cacciatore di S. Teodoro,
che nella sua gioventù aveva inseguito ed uccisi parecchi mufloni sulle
cupe vette di Monte Nieddu (nero); avevo parlato con lui altre volte:
infatti appena mi vide si levò il cappello (vestiva alla continentale)
e chiese subito se avevo fatto caccia…” La descrizione dell’episodio
prosegue in toni arguti
e gustosi, e merita, come del resto tutto il libro, una lettura attenta e puntuale; lo scrittore si mostra acuto
ed abile osservatore dei paesaggi attraversati e dei tipi umani incontrati,
ma qui a noi interessa, ai fini del nostro discorso sulla maniera di
vestire dei galluresi, soprattutto quell’osservazione tra parentisi:
vestiva alla continentale. Sì,
il vecchio cacciatore di
San Teodoro nel lontano autunno del 1899, vestiva alla maniera continentale,
proprio come mio nonno Gavino Brandano - come tutti gli altri uomini
della mia famiglia, come tutti gli uomini delle famiglie Pittorra, Fideli,
Decandia, Parriciatu, Cuileddu, Meloni, Giagheddu, Pasella, Braccu e
via dicendo, della Gallura d’Oviddè. L’abbigliamento, come ho già avuto modo di rilevare altrove,
non è un fatto meramente funzionale o estetico (anche se tutti
sappiamo quanto la moda influisca sul modo di vestire)
ma è qualcosa di ben più sostanziale e complesso: se da un lato
adempie, infatti, a funzioni pratiche e risolve esigenze fisiche, svolge cioè il compito primario di protezione e copertura del corpo
dell’uomo privo di pelliccia,
da un altro lato risponde anche ad esigenze metafisiche, quelle
di "mascheramento" e di travestimento, in senso rituale-religioso o
anche sociale. La foggia del vestire è in tal caso saldamente legata,
direi, connaturata, ad una determinata aggregazione
sociale (o religiosa): alla tribù, al clan e ne diviene perciò stesso
segno distintivo e di appartenenza. Possiamo probabilmente spiegarci anche in tal senso la grande varietà dei costumi presenti in Sardegna dove, in area
"sarda", fino a non molti decenni addietro, ogni villaggio aveva un
suo costume, e questo costume
era diverso per foggia, colori e fattura da quello dei paesi vicini.
Il costume, dunque, come espressa connotazione
di una gente e di un territorio. È proprio il costume, talvolta, più delle stesse caratterizzazioni geomorfologiche del territorio, a segnare la linea di
demarcazione tra popolazioni diverse. In questa mia breve relazione introduttiva, mi soffermerò soprattutto
su alcuni punti che mi stanno particolarmente a cuore e cioè su come in Gallura, in quella che io chiamo L’abbigliamento infatti non è
solo espressione e complemento della personalità e del gusto individuale
ma è, più in generale, manifestazione
genuina dell’animo e della sensibilità di un popolo che, attraverso
la foggia del vestire, esprime
visivamente il proprio temperamento e la propria cultura. Il popolo gallurese, popolo originariamente di audaci pionieri e di tenaci coloni provienti dalla vicina Corsica, dalla
Toscana, a partire dalla fine del Questo patrimonio di cultura e di civiltà non omologabili
con quelli delle popolazioni più strettamente sarde, si esprime e si
differenzia anche attraverso la foggia del vestire. I costumi "sardi" tradizionali, sono stati abitualmente
portati dagli anziani dei
paesi dell’interno almeno fino al 1950.
Ma io ricordo che, ancora
fino al 1960/70, anche in Baronia, nella vicina Siniscola e in altri
centri sulla costa, quindi più permeabili agli influssi esterni, non
era raro incontrare qualche vecchio e qualche vecchia vestiti alla foggia degli avi.
Oggi, questi costumi, gelosamente conservati, vengono
splendidamente esibiti
durante le feste e in particolari solennità
e ricorrenze, oltre che nelle sempre più numerose manifestazioni folcloristiche. Ma se ora dall’area ‘sarda’ ci spostiamo in territorio gallurese,
fatte le debite eccezioni e considerate le normali commistioni, le cose
cambiano radicalmente: il costume, nel senso ormai accettato del termine,
non esiste più da moltissimo tempo, in molte zone forse non è mai esistito.
I galluresi in Sardegna hanno infatti una loro
storia, una civiltà e cultura originali, ed anche l’abbigliamento si
discosta perciò accentuatamente e si distingue dalle
fogge tradizionali del vestito alla ‘sardesca’. A San Teodoro, ossia nel vecchio territorio di Oviddè, neanche i nostri maggiori avevano del resto memoria,
se mai c’è stato, di un costume locale alla maniera sarda: mia nonna,
che era nata, se mal non ricordo, intorno al 1866, distingueva nettamente
sempre, e sottolineava, la
particolarità di ‘lu ‘istiri’ delle donne galluresi dal costume in uso in ‘ la saldadda’, ossia nei territori abitati dai ‘sardi’. E proprio a proposito di Oviddè
il poeta Matteo Pirina di Telti, meglio noto come Cuccheddu, una delle
voci più interessanti della poesia satirica gallurese, nella canzone
in 14 ottave a ‘muttu turratu’,
“ Oviddè è vistutu a signurinu” criticando l’amore esagerato per
l’eleganza e il lusso delle donne di San Teodoro, scriveva: ‘Oviddè si pó dì l’unica stella di tutta li femini so’
tutti in gabbanella cinti da coddharinu
finu in groppa; supranani li dami di
Biella, li dà lu signurinu
ca’ l’intoppa. O poara, irricca
o céca o zoppa, tutti parini dami
di Turinu’. Cucchéddu, è ben ricordarlo, scrive intorno al 1882. Il padre Angius, compilatore della voce ‘Gallura’ per il noto Dizionario Geografico - Storico - Statistico
- Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, scrivendo intorno al 1840, circa la foggia del vestire in Gallura
annota: ‘Si vedono tre diverse maniere, la italiana,
la sardesca e la tempiese’. E specificava: ‘ L’italiana usasi nella città (e intendeva
Tempio, a quei tempi unica città in Gallura) dalle principali famiglie, e da quelli che
si esercitano in qualcuna delle professioni ingenue, da tutti nella
Maddalena, da alcuni primari ne’ villaggi, e da molti a Longone. La sardesca è la più estesa perché mantenuta
anche nella città dagli uomini di bassa condizione. Alcuni ritengono
l’uso del coietto, e massime quando sono avanzati
in età compariscono con la medesima più maestosi…. La tempiese
- precisa Angius - usasi in Tempio dagli uomini di mezzo stato,
ed altrove anche dai principali. Vestono pantaloni e cappottino con
berretta rossa a soppanno e rivolta di color nero, fuorché in tempo
di duolo, che a quel colore lieto è sostituito altro più decente alla
mestizia, stringonsi la vita con una fascia di lana (l’imbogia) di più
colori, e coprono il petto a due doppi con un corpetto rosso di velluto.
La sopravvesta è un gabbano che arriva sino alle anche, ed ha unita la cocolla. Le donne di
mezzano e basso stato - prosegue l’Autore
- vestono come negli altri dipartimenti, e
alcune usano il velo che fu in altri tempi di uso
comune, e ancora ritengono le monache. Quando van fuori di casa aggiungonsi
un'altra gonnella che levasi da dietro a coprire la testa e le braccia,
e dicesi lu suncurinu se la gonnella sia del
panno comune, o la valdetta se sia di panno gentile o di seta: ma se
debbano andare alle feste campestri o pastorali usano il fazzoletto
alla moda delle donne oristanesi, e in altro tempo coprivan il capo
con un cappello ordinario, ornato di grandi nastri che pendono addietro,
la qual maniera non è ancora dimessa dalle pastorelle di Oviddè. L’altra
particolarità delle donne tempiesi delle suddette condizioni è
lu cenciu, che hanno imitato dalle Isolane (della Maddalena). Esse ordinano
la capellatura in maniera gentile, però senza pettini, e quindi copron
la testa con un fazzoletto addoppiato a triangolo, che dalla nuca volgesi
e legasi sulla fronte formando con i lembi varie rosette. Usavasi prima
la camisòla, che era un giubbonetto largo e con ale, aperto sull’avambraccio
con bottoniera di argento sino al gomito: ora
è quasi universalmente dimesso, e si è adottato in sua vece un altro
a maniche chiuse che stringesi sotto il seno’. L’abate Angius, solitamente ben informato, a mio avviso
non appare forse altrettanto
sicuro e sufficientemente chiaro nel ragguagliarci circa l’abbigliamento
della gente di Gallura, anche perché, generalizzando, chiama semplicemente
galluresi tutti coloro che vivono in Gallura.
Ora se la diffusione del costume alla sardesca
è facilmente comprensibile nell’enclave logudorese di Luras e in quella
di Bortigiadas nella Gallura interna, e così pure a Terranova, villaggio
mistilingue sul mare, appare senz’altro esagerata
e sovrastimata altrove. Chi, ad esempio, e quanti a Tempio, capitale morale e
culturale della Gallura, vestivano alla sardesca? I galluresi ‘doc’
o, non piuttosto, i campagnoli inurbatisi dai territori sardi
confinanti, e stabilitisi in città per motivi di lavoro e al servizio
(pastori, serve ecc.) delle famiglie signorili locali? Io credo che sia bene distinguere una
volta per tutte l’abito dei galluresi, abito di taglio austero
e comunque di contenuta eleganza, e aggiungiamo pure, talvolta decisamente
dimesso, e povero, da quello di altre popolazioni o persone che, presenti a vario titolo in Gallura, vestivano
invece alla maniera sarda. In questi ultimi
decenni, ed anche di recente, dietro la forte richiesta di folklore in funzione
di consumo turistico, un
po’ in tutta Il pasticcio
è avvenuto anche in Gallura, dove persone di buona volontà ma assolutamente
disinformate e prive di memoria storica, hanno cercato di ricostruire,
o meglio di costruire ex novo, il costume locale spesso imitando e adattando
acriticamente fogge, tessuti e colori dei costumi tradizionali dei villaggi
"sardi" vicini. Questi costumi, che farebbero gridare allo scandalo
i nostri avi, non hanno nulla a che vedere con E proprio a tal proposito, giorni fa nel corso di una
nota trasmissione di un’emittente televisiva isolana, ho potuto seguire
l’esibizione di un gruppo folcloristico di
Arzachena impegnato nell’esecuzione
dello ‘Scottisi’, il celebre ballo ‘straniero’ che tanta fortuna
ha avuto in Gallura e che
oggi possiamo considerare in qualche modo nostro. Bravi e abili i ballerini,
bella e suggestiva la danza, bravissimi gli accompagnatori, ma quei costumi, di grazia, da dove li
hanno tolti fuori? Chi mai ha detto a quei bravi ragazzi che nella
Gallura d’Arzachena i loro avi galluresi vestivano così? E altrettanto potrei aggiungere per altre formazioni folk di altri paesi, e in ultimo per il gruppo di Loiri, che, rinunciando
alla sua anima gallurese, veste pateticamente alla ‘sardesca’, probabilmente suggestionato
dall’abbigliamento ‘logudorese’, ma non assolutamente gallurese, della vicina
Olbia. Della parte più squisitamente tecnica dell’abbigliamento tradizionale gallurese si occuperà con maggiore competenza di me Maria Scanu. A me - concludendo - preme qui sottolineare ed evidenziare una particolarità fondamentale dell’abbigliamento gallurese antico e cioè la sua complessiva unitarietà. Mentre infatti il modo di vestire delle popolazioni "sarde" si frammenta, come si è già anticipato, in tante varietà quanti sono i villaggi della Sardegna, sicché ad ogni comunità corrisponde un determinato costume che si differenzia dagli altri per taglio, tessuti, disegno e colori, in ambito gallurese si ha una foggia di vestire sostanzialmente uguale ed unitaria, quasi a sottolineare una più salda, consapevole e coesa identità nazionale. Perché i Galluresi, come più volte ho sostenuto, hanno tutte le caratteristiche di un popolo e di una nazione, una piccola nazione con una sua storia, una sua lingua, una sua cultura ben distinta da quella degli altri popoli della Sardegna.
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