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PREMIO NAZIONALE DI NARRATIVA “I DELFINI DEL TIRRENO” per una nuova civiltà
del mare Il Premio di Narrativa “I Delfini del Tirreno – per una nuova civiltà del mare”, riservato ad opere di narrativa in cui il mare, le sue storie e la sua civiltà abbiano una presenza significativa, si articola in due sezioni: Sezione “Opere Edite”: romanzi e racconti pubblicati in volume; Sezione “Inediti”: racconti dattiloscritti della lunghezza massima di 30 cartelle. San Teodoro 8 settembre 1991 I Edizione La giuria:
Dante Della Terza – Harvard University (Presidente),
Stefano Giovanardi – Critico letterario di
“ Coordinamento: Giovanna Cerina, Università di Cagliari. Sezione “Editi”
- “Capri e non più Capri”
di Raffaele Targhe
d’argento - Stanislao Nievo, autore di “
Il giudizio della Giuria (Editi) Raffaele
“Capri e non più Capri” Editrice Mondadori Raffaele Prima
di costruire il proprio paesaggio di Capri, il paesaggio dell’anima
sottratto ai luoghi comuni dei pellegrinaggi turistici, La selezione dei personaggi vale non soltanto per l’aspetto assertivo delle scelte, ma anche per la sordina posta a più accessibili traguardi privilegiati, in altri contesti da meno esigenti capristi: si pensi ad Axel Munthe, o anche per certi aspetti più ovvi e corrivi, a Curzio Malaparte. La ricostruzione dei destini di uomini così diversi è fatta con intelligente simpatia e, insieme, con lucido distacco. Nello sfondo della vita di codesti personaggi eccellenti, spesso stranieri, emergono i volti della gente di Capri, i cui bisogni e le cui opzioni lo scrittore interpreta senza perdere mai di vista il paesaggio globale che lo attrae in un modo assai intenso che non è focloristico, bensì problematico attento al destino delle cose, fauna e flora marina, come a quello degli uomini. Lo scrittore sa combattere con commovente fervore e fedeltà ad una vocazione al racconto che tutta la critica da anni meritamente gli riconosce una battaglia per il riscatto dell’isola e del mare che la circonda che non possiamo non condividere in tutta la sua intensità polemica e la sua sollecita speranza. Capri e non più Capri è un libro assai bello e ricco che merita l’assenso e il plauso della Giuria. Francesco Biamonti “Vento Largo” Editrice Einaudi Il paesaggio esplorato da Biamonti tocca zone nevralgiche del confine montano che divide l’Italia dalla Francia ed è popolato da gente taciturna la cui coazione d’obbligo, la cui vocazione, misteriosa quanto impellente è l’espatrio e la fuga. Dall’alto dei monti non si vede costantemente il mare e l’apertura dello sguardo dei fuggiaschi verso di esso costituisce una parentesi liberatoria e insieme una sollecitazione di nostalgie verso un orizzonte altro, soltanto intravisto e sognato. Attenzione narrativa piena di suggestione Biamonti dedica al mondo delle guide, uomini e donne che, accanto all’abitudine acquisita di non porre mai alla loro clientela misteriosa ed imprevedibile domande superflue sono assai reticenti a rivelarsi, a renderci edotti della loro pena che pure filtra con intensità struggente attraverso lo schermo d’una struttura sofferta ed essenziale che, forse ricorda, pur nella differente vocazione che essa manifesta, il Cassola più contenuto e reticente del “Taglio nel bosco”. Personaggi come Sabel, Varì, Albert, Virgin ci rivelano un mondo singolare, parte originalissima di un tessuto di invenzioni scrittorie preludio ad una carriera di narratore che ci auguriamo feconda. Stanislao Nievo “ Editore Mondadori Stanislao Nievo ci trasporta con suggestiva expertise di globe-trotter ed esploratore di mari lontani nel Sri Lanka in compagnia di un personaggio affascinante che egli chiama Miriam, un’australiana che si divide tra un’autentica vocazione caritativa rivolta ai bisogni del terzo mondo ed il gusto per la scoperta degli orizzonti marini, indagati con ambizione di precise geometrie e risultati tecnicamente incontrovertibili, ma anche, e contraddistintamene, con intensa fascinazione per i misteri che essi contengono. I libri di Nievo aldilà di ogni necessitata concessione alla trama e all’opzione romanzesca che non cessa di coinvolgerci, si rivela sempre più come uno strumento di esplorazione e di conoscenza di ciò che è meno ovvio nella vita della grandi popolazioni acquoree, i delfini e le balene, delle loro battaglie per la sopravvivenza, del loro misterioso e pur decifrabile linguaggio. Al fine della lettura, assai suggestiva rimaniamo ammirati di fronte al fervore di conoscenza che anima la giovane australiana della storia, al coinvolgimento esplorativo dello scrittore altamente meritevole del nostro assenso di amici del mare del più sincero elogio dei lettori.
San Teodoro
5 settembre 1992 II Edizione Coordinamento: Giovanna Cerina, Università di Cagliari. Sezione “Editi” – “La figlia perduta” di Salvatore Mannuzzu (Einaudi Editore) Sezione “Inediti” – “Abitare il mare” di Luciana Floris (Case Editrici – “Il Melangolo”) Segnalazione “Inediti” – “Ulisse” di Giovanni Canu
Salvatore Mannuzzu “ I sei
racconti de Le vicende che attraversano le storie narrate si corrispondono, infatti, e si interpretano in tentativi sempre rinnovati di esplorare senza remore e fino in fondo una realtà ipotizzata, insieme dolorosa ed esaltante. Il personaggio che si esprime in prima persona è quasi costantemente un giudice che si guarda vivere, ricostruisce i remoti paragrafi della propria esistenza, mettendoli a confronto con esperienze di donne che gli vivono accanto, sottomesse all’usura della convivenza matrimoniale o all’onnivara presenza delle deviazioni che attentano alla sognata incolumità che ogni cuore paterno devolve, nell’auspicio, agli anni giovanili dei propri figli. Più severa, è la professionalità del giudice giudicante – un iperuranio ipotizzabile e, comunque, mai messo direttamente in discussione – più lancinanti diventano la prassi esistenziale e i parametri di confronto tra la razionalità del giudizio formulato nei termini di un codice di comportamento o giuridico e le trame del vissuto che coinvolgono il giudice in quanto personaggio – attante nelle vicende narrate. In questo senso e in questa direzione, il Mannuzzu “faisant tout son devoir, comme un parfait chimiste et comme une âme sainte” per ripetere un noto verso di Baudelaire, nulla trascura per mettere a vaglio, con impeccabile strategia di scrittura, tutte le ipotesi fruibili partendo da una mappa di trasgressioni animosamente delineata e circoscritta. Nel primo racconto, tra i più belli, intitolato Dedica, il giudice che rivela davanti
agli occhi del lettore l’itinerario delle sue giornate trascorse in
un tribunale di provincia, diventa, prima il protagonista di un
avventura con una ragazza eccentrica, chiamata Zezi,
trasgressiva, prodiga di effetti, intelligente ed autolesiva;
poi, il testimone di una vita che si esterna nella quotidianità senza
scarti e trasalimenti e nelle routine dell’invecchiamento nel cui corso
Il racconto Vacanza trova il giudice protagonista diviso tra i rigurgiti di consuetudini rinnovate con una moglie Paola, dalla quale è legalmente separato, e l’interesse crescente per una nipote, Enrica, assediata dal mondo dei drogati, e in esso tenacemente coinvolta. La ricostruzione della vicenda di Enrica aiuta il narrante a delineare l’incerto confine tra l’istanza di protezione che guida l’azione del giudice verso la nipote tentata dalla droga e l’emergenza di un affetto non più protettivo, ma sensuale, che viene di solito rimosso dal protagonista, ma che appare ora ricostruito, con chiarezza, nella rievocazione e nel ricordo. Il momento estremo di sperimentazione ha luogo quando in Videogame, il quarto racconto del libro, il rapporto padre giudice, figlia ribelle e trasgressiva viene spinto fino alla consumazione di un delitto di cui costei rimane vittima. Ma il tutto è legato all’artificio di una vicenda guidata dall’alto, improvvisata come ipotesi di lavoro davanti a un computer, esigente di risposte sempre più incalzanti, legate all’invenzione a cui i protagonisti, padre e figlia, di sono sobbarcati in una sorta di sfida insieme ludica e tragica, tecnologica ed esistenziale. Rilievo particolare assume, al fine del nostro incontro di oggi il racconto Viaggio in mare. Occorre però dire che il mare fa da sfondo a tutte la storie che hanno un loro svolgimento sardo e isolano e sfondo oceanico ha la storia La figlia americana che si svolge in vista del Pacifico in California tra le alture di BerKeley. Protagonista della citata storia Viaggio in mare non è il giudice, Stefano, bensì la moglie di lui, che nel corso di una gita in mare in compagnia del marito, già afflitta da insidiosa malattia, narra la vicenda di un suo incontro amoroso, con un pittore, Lucio, di cui ha a lungo condiviso l’impegno politico di militante della sinistra. Il racconto si snoda e si scioglie assumendo una sua fascinosa fluenza che sembra riprodurre e riecheggiare il ritmo delle onde del mare. Salvatore Mannuzzu è un valido narratore che unisce ad un talento inventivo, assai raro, un’originalità e un rigore di scrittura che lo rivelano tra i posatori più alti ed interessanti della sua generazione. Luciana Floris “Abitare il mare” Il racconto di Luciana Floris “Abitare il mare” tesse una trama narrativa registrando i discorsi di più voci che si alternano e si richiamano in un fluire continuo e amplificato di immagini. Sono voci – o presenze – indeterminate ed inafferrate, eppure individuabili sotto le variate metafore del mare, dell’aria e della terra. Il tema è l’isola – un’isola senza tempo e senza coordinate geografiche – costruito sull’eco di molteplici riferimenti letterari e stratificazioni simboliche. Ma l’ambizione del racconto, che ha lo slancio, l’ingenuità ma anche il fascino di una scrittura giovane, mira a cogliere una condizione dell’esistenza, rappresentata nell’isola, in un intreccio ambiguo di significati di cui essa è carica. Luogo – dimensione – perfetto nella circolarità di spazio chiuso, e insieme immerso nella distesa mobile del mare, eppure soggetto al rischio di perifericità e di esclusione. In questo rapporto di attrazione e distacco dell’isola l’uomo vive il suo destino di essere incompiuto, di “incamminato” verso il centro, simbolo di una perfezione irraggiungibile. Lo stile del racconto, di impianto accentuatamente lirico ed effusivo cattura il lettore in un gioco di immagini forse un po’ troppo affollate, ma colorate e mutevoli come le “parole di vetro” di Hermann Hesse richiamate da un’epigrafe premessa al racconto. Jules Michelet “Il mare” Il Mare di Juli Michelet, pubblicato a Parigi nel 1861, è un libro davvero
“totale”, che rispecchia del resto la complessa personalità del suo
autore. Insigne storico, tanto da essere considerato tra i fondatori
della storiografia moderna (e questo in virtù di opere
capitali come Ma in lui la vocazione storiografica e scientifica si accompagna costantemente a una ulteriore vocazione, che non si può definire in altro modo se non letteraria: non solo infatti i prodotti della fantasia artistica o popolare rivestono molto spesso per la sua ricerca la medesima importanza delle fonti documentarie o sperimentali, ma la sua stessa prosa, così ricca di immagini e così composta nella misura sovrana dello stile, rivela immediatamente di essere regolata da un principio prima di tutto estetico. Il mare nasce dalla fusione a un livello tra i più alti mai raggiunti dall’autore, di tali svariati interessi e vocazioni. L’indagine scientifica sulle acque marine (la loro costituzione fisico-chimica, i fenomeni fisici e climatici cui danno origine, la fauna che le popola), si apre continuamente ai contributi provenienti dall’immenso repertorio mitico che dal mare si è sviluppato in millenni di civiltà, e che ha segnato e rivelato il complesso rapporto di attrazione e repulsione, di fascinazione e di orrore, da sempre intrattenuto dall’uomo con le sterminate superfici oceaniche. E mai come in questo libro la scrittura di Michelet sa piegarsi ed arrendersi alla suggestione del bello, acquistando uno spessore letterario di valore assoluto, (un solo esempio, preso a caso fra gli innumerevoli possibili: “I piccolo esterni degli anellidi, i leggeri fili nebulosi fatti fluttuare da certi polipi, i capelli mobili e sensibili, ondeggianti sotto la medusa, sono oggetti non soltanto delicati, ma commoventi. Presentano ogni gamma di sfumature, fini e tenui, e tuttavia calde. È come un respiro divenuto visibile… È il loro sangue la loro debole vita tradotta in tinte, riflessi, bagliori cangianti che si animano o impallidiscono, ora aspirano, ora espirano… Fate attenzione. Non soffocate la piccola anima fluttuante e muta, che tuttavia vi dice tutto, e affida il suo intimo mistero a quei palpitanti colori”). Era veramente una grave lacuna per la nostra cultura che
un’opera di tale statura storica, scientifica e letteraria non fosse mai stata tradotta in italiano. Ora questa lacuna è stata
colmata dalla meritoria iniziativa della Casa Editrice “IL MELANGOLO”.
L’ottima traduzione è di Aurelio Valesi, la
cura complessiva e la postfazione sono di Jean
Borie. E in una breve ma densa nota introduttiva Antonio Tabucchi,
uno scrittore di oggi, rende il dovuto omaggio
a un autore che dovremmo cominciare a considerare come un grande scrittore
del passato.
San Teodoro
11 settembre 1993 III Edizione Coordinamento: Giovanna Cerina, Università di Cagliari. Sezione “Editi” – “Naufragio” di Piero Ottone (Ed. Longanesi) Sezione “Inediti” – “Alle spalle il cancello chiuso” di Giovanni Canu, “Quelli che il mare si porta” di Salvatore Porcu, “Troppo tardi” di Anna Maria Palmas. Premio per l’editoria – “Sallerio”di Palermo
Dal Verbale della Giuria Piero Ottone “Naufragio”, Longanesi Al largo di Casablanca la barca a vela Ciaika IV si imbatte in alcuni aguzzi scoglietti (“charming little rocks” li definisce con ironia premonitrice un interlocutore anglofono) non previsti dalla carta nautica. Una falla formatasi fra lo scafo e il bullo crea un giustificato stato d’allarme nel passeggero e nel suo compagno che si salvano a nuoto e, per giustificare la loro inerme e sconfortata presenza in terraferma, iniziano una serie di pratiche che coinvolgono la polizia marocchina. Tali pratiche servono a mettere in luce comparativa la prontezza di riflessi del protagonista scrittore e la calibrata diffidenza iniziale della autorità locali che l’incidente coinvolge nella storia a livello folcloristico e di avvincente colore locale. Si tratta, all’inizio, di un racconto limpido, senza misteri relato in uno stile incisivo e legato alle cose, non sorprendente in una giornalista apprezzato per la lucida trasparenza della sua scrittura e per la sua efficace professionalità. Ma ecco che, come seguendo l’itinerario narrativo di un romanzo memorabile, “Il ponte di San Luis Rey” di Thorton Wilder, Piero Ottone arricchisce la trama della propria disavventura, vincolandola a meditazioni lancinanti ed approfondite sulla vita e sulla morte, sull’imponderabile interferenza di vocazione e destino sul corso della vita umana esplorata nel suo svolgersi. Il lettore viene messo di fronte al superamento del “fait divers” nel quale l’autore lo aveva inoltrato con sapienti accorgimenti, come per invitarlo ad una vacanza della mente e del cuore. Improvvisamente il viaggio si complica, trasformandosi in un’avventura dell’intelligenza, in una coinvolgente meditazione sulla vita e sul mondo. La sorte dello scrittore è assunta a luogo topico di rispecchiamento della vita e del destino di tutti. Si tratta di un libro ricco e meritevole dell’attenzione dell’assenso del lettore. I racconti inediti Giovanni Canu “Alle spalle il cancello chiuso” Giovanni Canu, molto attivo in campo letterario in questi ultimi tempi, con “Alle spalle il cancello chiuso” offre una nuova convincente prova delle sue potenzialità di narratore. Il racconto, ispirato ad un fatto di cronaca, presenta in pagine dense di sofferta umanità il dramma di una ragazza extraeuropea offesa e avvilita dall’insensibilità e dall’arroganza dei “padroni”. Salvatore Porcu “Quelli che il mare si porta” Salvatore Porcu autore di “Quelli che il mare si porta”, tesse il suo racconto in un isola geograficamente indeterminata in cui vive una piccola comunità di pescatori. Il clima sereno, precipita nel dramma allorché il più giovane dei protagonisti abbandona la pesca tradizionale per affidarsi a mezzi più moderni e veloci spingendosi con la barca a motore oltre i confini consueti. Il racconto è avvincente e ben strutturato. Anna Maria Palmas “Troppo tardi” “Troppo tardi” della cagliaritana Anna Maria Palmas, è ambientato in una sonnolenta località di mare in cui nell’afa lattiginosa di un’estate senza sole e senza speranze si spegna in una guerra sottile e distruttiva il rapporto di una copia in crisi. La vicenda narrata in prima persona si snoda “al femminile” lungo un percorso difficile di sogni delusi e di sentimenti feriti. Il linguaggio narrato è efficace e moderno. |
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