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Riconoscimento personalità giuridica D.M. 19.05.1998
Ministero Università Ricerca Scientifica e Tecnologica

Abbigliamento tradizionale gallurese

La Gallura: ciclo di conferenze e dibattiti sulla lingua, la storia, la civiltà e le tradizioni del popolo gallurese (17 aprile 2004)

Relatori: Salvatore Brandanu e Maria Scanu

L’abbigliamento tradizionale gallurese.

Inizierò, se me lo consentite, questa mia relazione sull’abbigliamento tradizionale gallurese citando un brano tratto dal libro ‘A caccia in Sardegna’, di Annibale Grasselli Barni. L’autore, giovane rampollo di una ricca famiglia cremonese, futuro scrittore e giornalista, sbarcava a Golfo Aranci nell’autunno del 1899,  attratto dalla sua ardente passione per la caccia. Da Siniscola, dove conta alcuni amici che gli organizzano fruttuose battute, vaga per l’intera costa orientale dell’isola, entusiasmandosi per i paesaggi  attraversati e per le novità incontrate. In uno degli ultimi capitoli del suo libro, quello intitolato “Cervi e mufloni”, Grasselli Barni descrive l’incontro in campagna con un uomo di San Teodoro.

 “Fatti pochi passi, – annota lo scrittore – mi imbattei in un vecchio cacciatore di S. Teodoro, che nella sua gioventù aveva inseguito ed uccisi parecchi mufloni sulle cupe vette di Monte Nieddu (nero); avevo parlato con lui altre volte: infatti appena mi vide si levò il cappello (vestiva alla continentale) e chiese subito se avevo fatto caccia…”

La descrizione  dell’episodio prosegue  in toni arguti e gustosi, e merita, come del resto tutto il libro,  una lettura attenta e  puntuale; lo scrittore si mostra acuto ed abile osservatore dei paesaggi attraversati e dei tipi umani incontrati, ma qui a noi interessa, ai fini del nostro discorso sulla maniera di vestire dei galluresi, soprattutto quell’osservazione tra parentisi: vestiva alla continentale. Sì, il  vecchio cacciatore di San Teodoro nel lontano autunno del 1899, vestiva alla maniera continentale, proprio come mio nonno Gavino Brandano – come tutti gli altri uomini della mia famiglia, come tutti gli uomini delle famiglie Pittorra, Fideli, Decandia, Parriciatu, Cuileddu, Meloni, Giagheddu, Pasella, Braccu e via dicendo, della Gallura d’Oviddè.

L’abbigliamento, come ho già avuto modo di rilevare altrove,  non è un fatto meramente funzionale o estetico (anche se tutti sappiamo quanto la moda influisca sul modo di vestire)  ma  è qualcosa di ben più  sostanziale e complesso: se da un lato adempie, infatti, a funzioni pratiche e risolve  esigenze fisiche, svolge cioè il compito primario di protezione e copertura del corpo dell’uomo privo di pelliccia,  da un altro lato risponde anche ad esigenze metafisiche, quelle di “mascheramento” e di travestimento, in senso rituale-religioso o anche sociale.

La foggia del vestire è in tal caso saldamente legata, direi, connaturata, ad una determinata aggregazione sociale (o religiosa): alla tribù, al clan e ne diviene perciò stesso segno distintivo e di appartenenza. Possiamo probabilmente  spiegarci anche in tal senso la grande varietà dei costumi presenti in Sardegna dove, in area “sarda”, fino a non molti decenni addietro, ogni villaggio aveva un suo costume,  e questo costume era diverso per foggia, colori e fattura da quello dei paesi vicini. Il costume, dunque, come espressa connotazione di una gente e di un territorio. È proprio il costume, talvolta, più delle stesse caratterizzazioni geomorfologiche  del territorio, a segnare la linea di demarcazione tra popolazioni diverse.

In questa mia breve relazione  introduttiva, mi soffermerò soprattutto su alcuni punti che mi stanno particolarmente a cuore e cioè su come in Gallura, in quella che io chiamo la Gallura ‘gallurese’, cioè  il territorio di lingua e costumi più genuinamente galluresi, anche l’abbigliamento, il vestiario in senso lato, marchi e connoti l’ambito più propriamente gallurese, differenziandolo da quello dei territori ‘sardi’ confinanti.

L’abbigliamento infatti non  è solo espressione e complemento della personalità e del gusto individuale ma è, più in generale, manifestazione  genuina dell’animo e della sensibilità di un popolo che, attraverso la foggia del vestire, esprime  visivamente il proprio temperamento e la propria cultura.

Il popolo gallurese, popolo originariamente di audaci pionieri e di tenaci coloni  provienti dalla vicina Corsica, dalla Toscana, a partire dalla fine del 1600, ha ripopolato le campagne desolate della Sardegna del Nord Est, dando vita alla civiltà degli stazzi  e all’habitat disperso. Quando la nostra gente si stanzia in Gallura ha alle spalle una storia, una lingua, una cultura consolidata, una sua filosofia di vita e il senso fortissimo della sua identità.

Questo patrimonio di cultura e di civiltà non omologabili con quelli delle popolazioni più strettamente sarde, si esprime e si differenzia anche attraverso la foggia del vestire.

I costumi “sardi” tradizionali, sono stati abitualmente portati dagli anziani  dei paesi dell’interno almeno fino al 1950.  Ma io ricordo che,  ancora fino al 1960/70, anche in Baronia, nella vicina Siniscola e in altri centri sulla costa, quindi più permeabili agli influssi esterni, non era raro incontrare qualche vecchio e qualche vecchia  vestiti alla foggia degli avi. Oggi, questi costumi, gelosamente conservati, vengono  splendidamente esibiti durante le feste e in particolari  solennità e ricorrenze, oltre che nelle sempre più numerose manifestazioni folcloristiche.

Ma se ora dall’area ‘sarda’ ci spostiamo in territorio gallurese, fatte le debite eccezioni e considerate le normali commistioni, le cose cambiano radicalmente: il costume, nel senso ormai accettato del termine, non esiste più da moltissimo tempo,  in molte zone forse non è mai esistito. I galluresi in Sardegna hanno infatti una loro storia, una civiltà e cultura originali, ed anche l’abbigliamento si discosta  perciò accentuatamente e si distingue dalle  fogge tradizionali del vestito alla ‘sardesca’.

A San Teodoro, ossia  nel vecchio territorio di Oviddè, neanche i nostri maggiori avevano del resto memoria, se mai c’è stato, di un costume locale alla maniera sarda: mia nonna, che era nata, se mal non ricordo, intorno al 1866, distingueva nettamente sempre, e sottolineava,  la particolarità di ‘lu ‘istiri’ delle donne galluresi dal costume  in uso in ‘ la saldadda’, ossia  nei territori abitati dai ‘sardi’.

E proprio a proposito di Oviddè il poeta Matteo Pirina di Telti, meglio noto come Cuccheddu, una delle voci più interessanti della poesia satirica gallurese, nella canzone in 14 ottave a ‘muttu turratu’, “ Oviddè è vistutu a signurinu” criticando l’amore esagerato per l’eleganza e il lusso delle donne di San Teodoro, scriveva:

‘Oviddè si pó dì l’unica stella

di tutta la Saldigna e l’Europpa:

li femini so’ tutti in gabbanella

cinti da coddharinu finu in groppa;

supranani li dami di Biella,

li dà lu signurinu ca’ l’intoppa.

O poara, irricca o céca o zoppa,

tutti parini dami di Turinu’.

Cucchéddu, è ben ricordarlo, scrive intorno al 1882.

Il padre Angius, compilatore della voce  ‘Gallura’ per il  noto Dizionario Geografico – Storico – Statistico – Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna,  scrivendo intorno al 1840,  circa la foggia del vestire in Gallura annota: ‘Si vedono tre diverse maniere, la italiana, la sardesca e la tempiese’. E specificava: ‘ L’italiana usasi nella città (e intendeva Tempio, a quei tempi unica città in Gallura) dalle principali famiglie, e da quelli che si esercitano in qualcuna delle professioni ingenue, da tutti nella Maddalena, da alcuni primari ne’ villaggi, e da molti a Longone.

La  sardesca è la più estesa perché mantenuta anche nella città dagli uomini di bassa condizione. Alcuni ritengono l’uso del coietto, e massime quando sono avanzati in età compariscono con la medesima più maestosi….

La tempiese – precisa Angius – usasi in Tempio dagli uomini di mezzo stato, ed altrove anche dai principali. Vestono pantaloni e cappottino con berretta rossa a soppanno e rivolta di color nero, fuorché in tempo di duolo, che a quel colore lieto è sostituito altro più decente alla mestizia, stringonsi la vita con una fascia di lana (l’imbogia) di più colori, e coprono il petto a due doppi con un corpetto rosso di velluto. La sopravvesta è un gabbano che arriva sino alle anche, ed ha unita la cocolla.

Le donne di mezzano e basso stato prosegue l’Autore – vestono come negli altri dipartimenti, e alcune usano il velo che fu in altri tempi di uso comune, e ancora ritengono le monache. Quando van fuori di casa aggiungonsi un’altra gonnella che levasi da dietro a coprire la testa e le braccia, e dicesi lu suncurinu se la gonnella sia del panno comune, o la valdetta se sia di panno gentile o di seta: ma se debbano andare alle feste campestri o pastorali usano il fazzoletto alla moda delle donne oristanesi, e in altro tempo coprivan il capo con un cappello ordinario, ornato di grandi nastri che pendono addietro, la qual maniera non è ancora dimessa dalle pastorelle di Oviddè. L’altra particolarità delle donne tempiesi delle suddette condizioni è lu cenciu, che hanno imitato dalle Isolane (della Maddalena). Esse ordinano la capellatura in maniera gentile, però senza pettini, e quindi copron la testa con un fazzoletto addoppiato a triangolo, che dalla nuca volgesi e legasi sulla fronte formando con i lembi varie rosette. Usavasi prima la camisòla, che era un giubbonetto largo e con ale, aperto sull’avambraccio con bottoniera di argento sino al gomito: ora è quasi universalmente dimesso, e si è adottato in sua vece un altro a maniche chiuse che stringesi sotto il seno’. 

L’abate Angius, solitamente ben informato, a mio avviso non appare  forse altrettanto sicuro e sufficientemente chiaro nel ragguagliarci circa l’abbigliamento della gente di Gallura, anche perché, generalizzando, chiama semplicemente galluresi tutti coloro che vivono in Gallura. Ora se  la diffusione del costume alla sardesca è facilmente comprensibile nell’enclave logudorese di Luras e in quella di Bortigiadas nella Gallura interna, e così pure a Terranova, villaggio mistilingue sul mare, appare senz’altro esagerata e sovrastimata altrove.

Chi, ad esempio, e quanti a Tempio, capitale morale e culturale della Gallura, vestivano alla sardesca? I galluresi ‘doc’ o, non piuttosto,  i  campagnoli inurbatisi dai territori sardi confinanti, e stabilitisi in città per motivi di lavoro e al servizio (pastori, serve ecc.) delle famiglie signorili locali?

Io credo che sia bene distinguere una volta per tutte l’abito dei galluresi, abito di taglio austero e comunque di contenuta eleganza, e aggiungiamo pure, talvolta decisamente dimesso, e povero, da quello di altre popolazioni o persone  che,  presenti a vario titolo in Gallura, vestivano invece alla maniera sarda.

In questi  ultimi decenni, ed anche di recente, dietro la  forte richiesta di folklore in funzione di consumo turistico,  un po’ in tutta la Sardegna si  calcola che a partire dal 1950/ 60 almeno una cinquantina di paesi abbiano elaborato o rielaborato un proprio costume, spesso sulla base di incerte e inaffidabili informazioni orali o di  insufficienti notizie  storiche.

Il pasticcio è avvenuto anche in Gallura, dove persone di buona volontà ma assolutamente disinformate e prive di memoria storica, hanno cercato di ricostruire, o meglio di costruire ex novo, il costume locale spesso imitando e adattando acriticamente fogge, tessuti e colori dei costumi tradizionali dei villaggi “sardi” vicini. Questi costumi, che farebbero gridare allo scandalo i nostri avi, non hanno nulla a che vedere con la Gallura  e coi Galluresi, costituiscono invece solo un falso grossolano e inaccettabile,  uno dei tanti falsi creati per soddisfare le esigenze di un turismo sciatto, ignorante e godereccio, che vive di miti artefatti e di luoghi comuni.

E proprio a tal proposito, giorni fa nel corso di una nota trasmissione di un’emittente televisiva isolana, ho potuto seguire l’esibizione di un gruppo folcloristico di Arzachena impegnato nell’esecuzione  dello ‘Scottisi’, il celebre ballo ‘straniero’ che tanta fortuna ha avuto in Gallura  e che oggi possiamo considerare in qualche modo nostro. Bravi e abili i ballerini, bella e suggestiva la danza, bravissimi gli accompagnatori,  ma quei costumi, di grazia, da dove li hanno tolti fuori? Chi  mai  ha detto a quei bravi ragazzi che nella  Gallura d’Arzachena i loro avi galluresi vestivano così?

E altrettanto potrei aggiungere  per altre formazioni folk di altri paesi, e in ultimo per il gruppo di Loiri, che, rinunciando alla sua anima gallurese, veste pateticamente  alla ‘sardesca’, probabilmente suggestionato dall’abbigliamento ‘logudorese’, ma non  assolutamente gallurese, della vicina Olbia.

Della parte più squisitamente tecnica dell’abbigliamento tradizionale gallurese si occuperà con maggiore competenza di me Maria Scanu. A me – concludendo –  preme qui sottolineare ed evidenziare una particolarità fondamentale dell’abbigliamento gallurese antico e cioè  la sua complessiva unitarietà. Mentre infatti il modo di vestire delle popolazioni “sarde” si frammenta, come si è già anticipato, in tante varietà quanti sono i villaggi della Sardegna, sicché ad ogni comunità corrisponde un determinato costume che si differenzia dagli altri per taglio, tessuti, disegno e colori, in ambito gallurese si ha una foggia di vestire sostanzialmente uguale ed unitaria, quasi a sottolineare una più  salda, consapevole e coesa identità nazionale. Perché i Galluresi, come più volte ho sostenuto, hanno tutte le caratteristiche di un popolo e di una nazione, una piccola nazione con una sua storia, una sua lingua, una sua cultura ben distinta da quella degli altri popoli della Sardegna. 

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di Angela Bacciu 03 dicembre, 2015

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